Adesso (?)

 

Insomma, alla fine ce l’ha fatta. Renzi è divenuto il nuovo segretario del Partito Democratico. Tra non molto diventerà premier e questo noi (elettori) lo sappiamo. Ma lo sa bene anche lui, che -consapevole del suo consenso- non vuole mettere fretta a nessuno e dice: “sosterremo ancora il governo Letta”.

Di tutto si può dire su Matteo Renzi tranne che non sappia aspettare. Stava lì dietro l’angolo da tempo, in disparte a commentare gli errori di altri con la veste da moralizzatore della politica e alla fine te lo vedi spuntare al posto giusto e sempre con le parole giuste.

Di parole giuste se ne dicono tante (in politica poi..) ma adesso il sindaco di Firenze dovrà dimostrare di saper fare davvero qualcosa. I presupposti ci sono tutti. Anche se non è lo stinco di santo che vuole far credere (ha una condanna in primo grado per danno erariale ed ha prosciugato molti soldi della Proivincia di Firenze per spese discutibili) potrebbe essere lui la persona adatta a guidare il Paese.

Lo è per il semplice fatto di avere buone idee e di godere di un largo appoggio elettorale: da una parte la sinistra che voterà sempre e comunque per il Pd e dall’altra i delusi della destra, che vedono in lui il nuovo Berlusconi (questi senza un riferimento che riecheggi il volto o il nome del Cavaliere non ci vanno nemmeno a votare).

Renzi potrebbe essere  la risposta alla generazione di quarantenni piagnucoloni che hanno contribuito a rendere il Paese peggiore, o la risposta alla sinistra radical chic che si riempie la bocca con filosofi e le mani di aria fritta.

Ma quello che dovrebbe essere realmente Renzi ora, è la risposta a questo ventennio (e forse di più) di fanta politica. Adesso -come recitava il suo slogan- è tempo di fare.

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Intervista a Paolo Hutter. Testimone italiano del golpe cileno.

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Anche quell’11 settembre era un martedì. A Santiago, quel giorno del 1973, si stava consumando il Golpe fascista di Pinochet. Si stava scrivendo la pagina più triste del della storia cilena. “Ero dall’altra parte del mondo e il 15 agosto -quando arrivai in Cile- era inverno. Il mio arresto fu inevitabile.” Paolo Hutter, allora giovane militante di Lotta Continua fu l’unico testimone diretto italiano di quei giorni.

Paolo qual è stata la tua prima impressione del Cile?

Arrivai in Cile ad agosto, lì era inverno. Presi un autobus da Lima per raggiungere Santiago e attraversando un abbagliante deserto mi ritrovai in una città non molto diversa da come me l’aspettavo. C’era subbuglio in giro, ma vi ero in qualche modo abituato. Anche in Italia quelli erano anni caldi ed io ero un militante di Lotta Continua…

Come mai ti trovavi lì?

Per curiosità. Avevo letto un servizio sull’Espresso che descriveva i forti movimenti sociali che nascevano sotto Unidad Popolar di Salvador Allende. Decisi quindi – a cuor leggero- di partire per conoscere meglio quella realtà.

Poi cosa è successo?

Sono stato arrestato e credo che fosse una cosa inevitabile. Dopo il golpe e dopo alcuni giorni di coprifuoco decisi di tornare in Italia anche perché non avevo con me nessuna certificazione che testimoniasse il fatto che fossi un giornalista e la situazione s’era fatta pericolosa. Avevo parlato già con l’ambasciata, il biglietto per il ritorno era già pronto. Ma non feci in tempo. Andai a trovare un mio amico, un militante socialista, e trovai di fronte a me alcuni militari che lo stavano arrestando. Non ci fu modo di discutere. Arrestarono anche me.

Dove ti hanno portato?

In modo aggressivo ci caricarono su un furgone. Era molto strano, non c’erano sedili, quindi eravamo tutti sdraiati a terra. Ci hanno portato all ‘Estadio Nacional e lì capii che eravamo di fronte ad un vero e proprio campo di concentramento.

Quali son oi tuoi ricordi dello stadio?

Intanto le ore ed ore passate in ginocchio con le mani dietro la nuca per entrare. Poi devo dire che la mia percezione fu che ci fosse uno stadio nello stadio: uno in cui i prigionieri come me venivano tenuti d’occhio e lasciati uscire per qualche ora d’aria prima di rientrare negli spogliatoi e l’altro dove avvenivano le torture. Fortunatamente io ero nel primo stadio, ci rimasi per 21 giorni. Alcuni dopo le torture tornavano negli spogliatoi, altri non si videro più.

Quando si parla del golpe cileno si sente raccontare anche di pratiche brutali: cani addestrati a stuprare donne, cavi elettrici ai genitali degli uomini, gente gettata fuori dall’elicottero. Come ti spieghi tanta crudeltà?

Non so. Non ho avuto testimonianza diretta di questo. Devo dire che non c’era una logica scientifica data a quella repressione. I militari sono stati brutali ed è come se torturassero perché fosse chiaro a tutti che lì non doveva fiatare nessuno. Dovevano lanciare un messaggio a chi aveva intenzione di ribellarsi. La verità è che nelle forze armate ha prevalso una vera e propria volontà di cambiare il sistema.

Cosa mai si è arrivati al colpo di stato?

Ci si è arrivati perché Allende, pur avendo grande popolarità, era stato eletto nel 1970 con il 36, 5 % di voti e poté governare per via del sistema maggioritario. Ma nel 1973 c’erano state le parlamentari e il centro si unì alla destra ottenendo la maggioranza. Ed è su questo punto che bisogna fare una riflessione. Abbiamo visto recentemente nei paesi del mediterraneo che quando si ignora una forte opposizione poi questa finisce per usare la violenza. Noi sapevamo che Unidad Popolar di Allende era la via migliore per il Cile, ma non si poteva ignorare che la destra aveva la maggioranza. Allende aveva preso coscienza di questo e aveva deciso di indire un referendum per verificare la legittimità del suo governo. L’avrebbe annunciato proprio l’11 settembre. Ma non fece in tempo.

O non glielo fecero fare?

Bè certamente quella sua decisione non era ben vista dai suoi militanti. E la destra (che sapeva) andò comunque avanti per la strada del golpe. Probabilmente si poteva evitare.

Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

È una cosa che ho portato sempre con me. Posso dire che è stato il mio battesimo di fuoco da giornalista. Mi ha lasciato un aspetto di rigorosità professionale e un forte attaccamento alla storia. Agli avvenimenti di cui ognuno di noi è protagonista. E poi mi ha insegnato che l’uomo può essere tanto violento ma anche molto solidale, come è stato nello stadio.

Tutto il vecchio moralismo è di sinistra, la mancanza di morale è a destra

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Forse mi convincerò che Renzi possa essere un buon segretario. O forse è la vecchia sinistra che non convince più. Ma poi, cos’è la sinistra? Un partito collassato che per sopravvivere ha dovuto fare un governo con la destra? O è l’estremismo ideologico che tutto predica e niente conclude? Oppure ancora può essere considerato di sinistra il Movimento Cinque Stelle che si fonda su temi di uguaglianza, lavoro, ribellione e poi segue per filo e per segno i dettami di un comico senza cultura?

A pensarci bene allora è meglio Renzi, sì, quello che incontra Berlusconi, Briatore, D’Alema (ah D’Alema, ecco lui è di sinistra!). Sì, è meglio Renzi , perché finora è stato al posto suo continuando a ricoprire con dignità il proprio ruolo e perché non bada ai moralismi di cui è denso il Pd: parli con Berlusconi e sei subito di destra (e Letta che ci ha fatto un governo?), vai a pranzo con Briatore e sei un fighetto (può darsi), vai da Maria de Filippi e tutti sono pronti a puntare il dito senza pensare che anche chi guarda la tv spesso è anche un elettore, e senza considerare il fatto che dalla De Filippi ci siano andati anche Gino Strada (Emergency) e Don Ciotti (Libera), che non sono proprio persone di destra.

È il perbenismo la vera catena che lega la sinistra, perché se è vero che la destra è spesso priva di etica (si vedano le molteplici leggi portate in parlamento sul tema della giustizia finalizzate a salvare il Grande capo), a sinistra c’è un eccesso di moralismo fine a sé stesso che non produce benessere.

Cambiano le stagioni, ma Gaber -a distanza di oltre dieci anni- è ancora attuale quando alla mente torna quel ritornello che fa: “l’ideologia, l’ideologia malgrado tutto credo ancora che ci sia!”.

Poi uno si domanda perché certi cantautori hanno fatto la storia!