Epicentrismo

“Come uno che scoreggia e poi dice non sono stato io. Ma che vor dì?”

Il commento (tutto in francese!) è di una collega che si lascia andare ad un resoconto –l’ennesimo- sugli effetti che il terremoto di ieri ha provocato alle menti geniali di chi -parafrasando un vecchio detto- non ha taciuto ed ha finito per confermare la propria stupidità, sino poi ad elaborare qualche goffo tentativo di ricalibrazione del tiro.

“L’amatriciana è stata inventata ad Amatrice? Allora è il karma”- ha affermato su Facebook la vegana Daniela Martani, evidentemente preoccupata per gli abusi di guanciale. Poi dopo il peto-post, ha precisato di non aver emesso lei quel messaggio lezzoso. “Mi hanno hackerato l’account”- ha detto. Certo, come no!

Altro esempio di genialità è Dino Giarrusso, iena di Italia1 che a poche ore dal sisma ha ironizzato sulla sconfitta della Roma: “Ma è stata una scossa di terremoto o il quarto gol del Porto?”. D’accordo, ha voluto fare una battuta e probabilmente non aveva ancora percepito la gravità della situazione, ma le repliche degli utenti non si sono fatte attendere e non sono state per niente indulgenti. Ne è seguita una cancellazione del post. Nel suo caso non è stata rilevata la presenza di hacker. Per fortuna aggiungerei.

A far compagnia a questi buontemponi, che per forza devono dire (o fare) qualcosa a rischio di rimetterci la faccia, ci sono tre categorie di presenzialisti degli eventi: i primi sono i feticisti del calcinaccio, rappresentati dall’ormai famoso selfie di Simone Coccia Colaiuta, compagno della sen. Stefania Pezzopane, la quale -orgogliosa del suo toy boy- ha prima condiviso la sua foto e poi l’ha rimossa.

I secondi sono gli esperti comportamentali, come la giornalista Federica Torti, che –con l’intenzione di dimostrare come posizionarsi in caso di terremoto- si è sparata una posa plastica poi caricata dritta dritta sul web.

epicentrismo

I terzi, ultimi, ma non ultimi per importanza sono i cronisti di assalto, che “come si sente?”. “Dove dormirete stanotte?”. “Cosa prova?”. E non aggiungo altro.

Oltre alle case, le scosse dell’altra notte hanno scoperchiato molti vasi di pandora. Siamo un Paese impreparato, superficiale, spesso inopportuno.

Poi è vero, siamo anche il Paese solidale, che non si risparmia, che fa le file per donare il sangue, che scava a mani nude, che vuole donare i soldi del superenalotto, che si commuove per le parole di un sindaco disarcionato dalla sella, mentre cavalcava vero il futuro che aveva pianificato per la sua città.

Ma siamo anche quelli che “adesso fuori gli immigrati dagli hotel, mettiamoci i terremotati”. Perle servite sul piatto d’argento a chi ha la facoltà di fungere da megafono delle comunità, come il parroco di Boissano (Savona) don Cesare Donati, che ha affermato: “Adesso è il momento, vista la tragedia del terremoto, di mettere gli sfollati nelle strutture e i migranti sotto le tende… Vedremo”.

Siamo il paese che a Porta a Porta, di fronte a 250 morti appena estratti dalle macerie, parla di ricostruzione come volano per l’economia italiana, con un Vespa che definisce il terremoto un evento “diabolico”, ma “straordinario” al tempo stesso, che dà sempre l’opportunità di raccontare belle storie.

Del resto, per ognuno è importante stare al centro. Specie quando l’epicentro è degli altri.

Annunci

Magnanima Grecia

Biancalba

di Luigi Carnevale e Clara Todaro

La parola greca krísis è un termine che tutti comprendono. Eppure nella crisi -stavolta riguardante i migranti- il Governo di Tsipras è ancora una volta lasciato solo. Mentre l’Europa di Bruxelles lavora lentamente a un accordo con la Turchia, che dovrebbe arginare i flussi migratori verso la penisola ellenica, la Grecia somiglia sempre più a un limbo che trattiene migliaia di persone in accampamenti affollati e a rischio malattie. La situazione più grave si registra a Idomeni, dove circa 14.000 persone sono bloccate davanti a un muro di filo spinato che corre lungo i 20 chilometri del confine nord con la Macedonia. Sulle isole sbarcano in media 1.500 migranti al giorno e soltanto ieri cinque persone, tra cui un bambino di 3 mesi, sono annegate mentre cercavano di raggiungere Lesbo. Inoltre da fine febbraio più di 3.000 persone, tra siriani, afgani e…

View original post 828 altre parole

Berlusconi: “Basta maiale”

No, non è quello che state pensando. Ma del fatto che il leader di Forza Italia abbia dichiarato di essere diventato vegetariano.

Da quando ho letto delle sofferenze degli animali che viaggiano verso il macello, e quindi verso la morte” -ha affermato- “m’è passata la voglia di mangiare carne. Posso farne a meno, della carne. E lo farò”. E ha aggiunto:“Stiamo parlando di creature meravigliose. Come si fa a ucciderle? Come si fa a mangiarle?”.

Niente più maiale ad Arcore quindi. Ma nemmeno manzo e pollame.

Il pesce non l’ha mai mangiato Berlusconi. Fu la compagna Francesca Pascale a confessarlo in un’intervista. Un’intervista che testimonia di come l’arrivo della giovane campana ad Arcore sia stato -a conti fatti- una vera manna dal cielo per il vegetariano Silvio.

Prima -dichiarava la Pascale- non si controllavano nemmeno gli scontrini e i domestici pagavano i fagiolini anche 80 euro al chilo”.

Ma adesso si riga dritto ad Arcore. Lo sanno tutti.

Non si capisce però perché oltre alla carne siano state abolite anche le famose e discusse cene di una volta.

La patata non rientra nei cibi vegetariani?

A passo di danza

Soltanto due settimane fa, Colonia portava alle cronache i fatti terribili relativi alle violenze di gruppo avvenute durante la notte di San Silvestro. Ne sono seguiti accesissimi dibattiti, sia in Germania che nel resto d’Europa.

Il fatto-di per sé osceno- fa discutere ancor più di quanto avrebbe fatto se a commettere quelle violenze fossero stati cittadini tedeschi. Ed è comprensibile. A quanto pare infatti-secondo i rapporti tardivi e confusi della Polizia- le donne molestate sarebbero state vittima di bande (più o meno organizzate) di nordafricani richiedenti asilo. Quegli stessi immigrati che qualche mese fa furono accolti nel giubilo della Germania, gli stessi immigrati che dai tedeschi ricevettero applausi e pacche sulle spalle, oltre alla buona parte dei loro guardaroba in segno di solidarietà e di fratellanza.

L’accaduto suona come un tradimento bello e buono. Ma fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato. Però c’è un fatto che non si può sottovalutare. Nonostante ci siano arrivate informazioni contraddittorie (chi parla di mille persone organizzate, chi di qualche decina) sappiamo che degli abusi sono stati consumati.Sappiamo che molte donne hanno subito la ruvidità di mani affamate sotto le gonne, nei reggiseni, nelle mutandine.

Quindi sminuire questi episodi non è auspicabile almeno per due motivi: punto primo, si rischia di apparire troppo deboli agli occhi degli approfittatori (un aggressore la sera di capodanno avrebbe stracciato davanti alla Polizia un permesso di soggiorno dicendo: “Non mi fate niente, tanto domani ne vado a fare un altro”), punto secondo si creano le condizioni per cui piccole metastasi rischiano di intaccare tutto il corpo.

Allora come estirparle? Come distinguere l’erbaccia cattiva in prati così densi? Difficile rispondere, ma è chiaro che la partita per il futuro geopolitico dell’Europa si gioca su strategie che mirino ad affrontare seriamente la questione dell’integrazione.

I fatti di Colonia mi riportano a Torino. Una città bellissima, forse la migliore dove vivere da giovani. Un posto dove l’integrazione tra italiani e stranieri è molto avanti rispetto ad altre città della penisola. Eppure capitava di assistere spesso a scene di violenza, causate perlopiù dai nordafricani che popolavano i Murazzi, la zona a ridosso del Po piena di locali notturni.

Per poco, pochissimo (un ingresso in discoteca negato), ho visto un ragazzino del Marocco tagliare la gola ad un buttafuori. E poi risse continue, spaccio di droga.

Ma ai Murazzi oltre allo spaccio c’erano i furti. Avvenivano tutti in un modo particolare che rassomigliano del tutto alle modalità con cui a Colonia le ragazze sono state circondate: a passo di danza.

Gruppi di ragazzi abbracciati che dondolano simulando (o anche no) l’ebbrezza si chiudono in cerchio fino a circondarti. La confusione causa al malcapitato la sensazione di sbandamento: non si sa più dove guardare, non si sa più chi ti sta toccando, né se lo sta facendo per farti del male o solo perché ha alzato troppo il gomito. Si viene inghiottiti e sputati fuori nel giro di qualche secondo. Tanto basta perché ti vengano portati via soldi, telefoni e gioielli.

Della Polizia nemmeno l’ombra. Eppure un intervento si sarebbe potuto compiere senza troppe difficoltà. I Murazzi -per chi non fosse mai stato a Torino sono composti – in via del tutto sommaria- da una strada a tre ingressi, bloccati i quali l’unica via di fuga sarebbe il fiume. Con ogni probabilità non si interveniva per non perdere tempo ad arrestare persone che sarebbero state rilasciate entro poche ore perché in possesso -in fin dei conti- di poca roba o perché minorenni.

La sfida che l’Europa deve vincere parte dall’individuazione di soluzioni che permettano di intervenire subito, di essere duri con chi delinque.

Mancano fondi per le forze dell’ordine e vanno trovati, e -punto fondamentale- siamo sprovvisti di una politica dell’integrazione comune, che permetta alle persone di avere un ruolo attivo nella società. Un sistema che permetta di attuare gli slogan politici dell’accoglienza partendo dalla consapevolezza che culture differenti non possono imparare a cambiarsi, ma devono imparare a convivere.

Un posto in paradiso

Tanti anni fa, viveva nel Nordest del Brasile una coppia molto povera, il cui unico bene era una gallina. Con grande sforzo, tiravanto avanti grazie alle uova che essa deponeva. 
     Accadde che, la vigilia di Natale, l’animale morì. Il marito, che aveva solo qualche centesimo, che non bastava per comprare il cibo per la cena di quella sera, andò a cercare aiuto dal parroco del paese. 
     Invece di aiutarlo, il prete si limitò a commentare: 
     – Se Dio chiude una porta, apre una finestra. Giacché il tuo denaro non basta quasi per niente, torna al mercato e compra la prima cosa che ti offrono. Io benedico questo acquisto, e visto che il giorno di Natale avvengono i miracoli, qualcosa cambierà la tua vita per sempre. 
     Pur non avendo la certezza che quella fosse la soluzione migliore, l’uomo tornò al mercato. Un commerciante lo vide camminare senza meta e gli domandò cosa cercava. 
     – Non lo so. Ho pochissimo denaro, e il prete mi ha detto di comprare la prima cosa che mi avessero offerto. 
     Il commerciante era ricchissimo, ma non si lasciava comunque sfuggire alcuna opportunità di guadagno. All’istante prese le monete, scarabocchiò qualcosa su un foglio e lo consegnò all’uomo: 
     – Il prete ha ragione! Siccome sono sempre stato un uomo buono, ti sto vendendo il mio posto in Paradiso, in questo giorno di festa! Ecco qui il contratto! 
     L’uomo prese il foglio e se ne andò, mentre il commerciante si riempiva d’orgoglio per aver fatto un altro eccellente affare. Quella sera, mentre si preparava per la cena nella sua casa piena di servitori, l’uomo raccontò la storia alla moglie, aggiungendo che, grazie alla sua capacità di ragionare rapidamente, era riuscito a diventare molto ricco. 
     – Che vergogna! – disse la moglie. – Comportarsi così nel giorno della nascita di Gesù! Vai a casa di quell’uomo e riprendi il foglio di carta, o non metterai più piede qui! 
     Spaventato dall’impeto della moglie, il commerciante decise di obbedire. Dopo aver molto indagato, riuscì a trovare la casa dell’uomo. Entrando, vide la coppia seduta davanti a una tavola spoglia, con il foglio di carta al centro. 
     – Sono venuto qui perché mi sono comportato male – disse lui. – Ecco qui il tuo denaro, e restituiscimi quello che ti ho venduto. 
     – Lei non si è comportato male – ribatté il povero. – Io ho seguito il consiglio del prete e so di avere qualcosa che è benedetto. 
     – Ma è solo un foglio di carta: nessuno può vendere il proprio posto in Paradiso! Se vuoi, te lo pago il doppio. 
     Ma il povero non voleva venderlo, perché credeva nei miracoli. A poco a poco, l’uomo aumentò l’offerta, fino ad arrivare a dieci monete d’oro. 
     – Non mi serviranno a niente – disse il povero. – Ho bisogno di offrire una vita più dignitosa a mia moglie, e per questo mi sono necessarie cento monete d’oro. E’ questo il miracolo che sto aspettando in questa notte di Natale. 
     Disperato, sapendo che se avesse tardato un altro po’ nessuno a casa sua avrebbe cenato o partecipato alla Messa di mezzanotte, l’uomo finì per pagare le cento monete e riavere indietro il foglio di carta. Per la coppia povera, il miracolo si era realizzato. Per il commerciante, quello che sua moglie gli aveva chiesto era stato esaudito. Ma la moglie fu assalita dai dubbi: era forse stata molto dura con suo marito? 
     Appena terminata la Messa di mezzanotte, andò a parlare con il parroco e gli raccontò la storia. 
     – Padre, mio marito ha incontrato un uomo a cui avevate suggerito di comprare la prima cosa che gli avessero offerto. Nel tentativo di guadagnare del denaro facilmente, ha finito per scrivere su un foglio che vendeva la sua parte in Paradiso. Io gli ho detto che non ci sarebbe stata nessuna cena a casa nostra questa sera se non avesse ripreso quel foglio di carta, e alla fine ha dovuto pagare cento monete d’oro. Avrò forse esagerato? Forse che un posto in Paradiso costerà tanto? 
     – In primo luogo, tuo marito ha potuto dimostrare la sua generosità nel giorno più importante della vita cristiana. E poi, è stato lo strumento di Dio perché il miracolo si realizzasse. Ma, per rispondere alla tua domanda, quando ha venduto il suo posto in cielo per qualche centesimo appena, esso non valeva neanche quel prezzo. Ma quando ha deciso di ricomprarlo per cento monete, solo per rendere felice la donna che ama, ecco, posso garantirti che vale molto di più di questo. 
     (basata su un racconto di David Mandel)

Bastardi gatti persiani

Mentre scrivo ho una gatta che se ne sta raccolta tra le mie gambe incrociate. Se m’avessero detto qualche tempo fa che avrei concesso il mio spazio vitale ad una palla di pelo (nera per giunta), avrei riso pensando fosse impossibile. E poi 1) sono allergico al pelo di gatto (o perlomeno lo ero), 2) i gatti non mi piacciono (o meglio non mi piacevano).

E’ capitato poi che per ragioni che non sto qui a dire, avrei dovuto ospitare la gatta in questione “solo per qualche giorno”. Non avevo scelta. Vi garantisco però che non la presi bene. Anche se per poco avrei dovuto convivere con i peli in giro per la casa, e -cosa ben peggiore- avrei dovuto sopportare il raffreddore e i pruriti che quei peli mi procuravano per via della mia allergia.

Poi -come succede con le suocere che ti vengono a trovare e non se ne vanno più-la gatta che doveva rimanere solo qualche giorno è ancora qui e ci rimarrà.

Ma in tutto questo tempo la cosa bella e miracolosa è che l’allergia è scomparsa (probabilmente mi sono immunizzato contatto dopo contatto) e devo dire che come gatta non è affatto antipatica. Diciamo pure che mi sono affezionato.

Insomma tutto questo preambolo per dire solo una cosa. I vari Mario Giordano che se ne vanno girando nei talk a difendere titoli come “bastardi Islamici” dovrebbero lasciare a parte certe convinzioni personali e magari avvicinarsi un po’ di più alla realtà. Dovrebbero andare a conoscere meglio “i gatti dell’altra sponda”. Ne rimarrebbero sorpresi, potrebbero persino arrivare a definirli “amici”, ne sono più che certo.

Ma sono altrettanto certo che i vari Giordano, Feltri o Sallusti, qualora si ricredessero su di una certa idea, troverebbero repentinamente un altro avversario. E’ più forte di loro. Ed io già mi vedo il titolo: “Bastardi (gatti) persiani”.

Chi semina odio….

 

Dopo l’attentato di Charlie Hebdo scrivevo parole che  stasera sento di voler ripetere. Perché è la storia stessa che si ripete.

Dopo una giornata così è difficile fare delle riflessioni. Molte sono state già abbondantemente formulate e riformulate, altre –almeno per chi ha ascoltato le dichiarazioni della maggior parte dei leader mondiali- risultano persino pedanti.  Da domani la Francia, e forse anche tutti noi, ci sveglieremo con delle nuove questioni, la più importante delle quali ci porterà a chiederci se in fondo gli estremisti come Marine Le Pen in Francia, La Lega o Casa Pound in Italia, non abbiano ragione quando insistono a sostenere le loro posizioni razziste contro l’Islam e contro i musulmani che vivono in Europa. Cosa risponderemo domani a chi ci dirà: “Ve l’avevamo detto”? […] 

Non sarà facile dibattere con loro. Non sarà facile continuare a sostenere le ragioni di una società multietnica davanti a centinaia di morti. Davanti alla brutalità pura.

Non sarà facile, ma è fondamentale non farsi coinvolgere dalla paura, dalla logica del terrore e dalla rabbia che ci vorrebbe subito in guerra, in prima linea a distruggere la Siria (come se la SIria fosse l’Isis).

Fosse anche solo per non dar ragione agli sciacalli dei nostri tempi (solo alcuni esempi riportati intelligentemente da Linkiesta)

salvini alemanno salvini 2 gasparri

E’ per logiche del genere che adesso piangiamo i morti di Parigi. E’ praticando l’ignoranza e la violenza che ora passiamo alla cassa pagando l’ignoranza e la violenza altrui.

Sono in qualche modo convinto che ognuno degli attentatori di Parigi fosse un disadattato sociale e sono altrettanto sicuro che chi ha ucciso oltre 150 persone nel cuore della Francia avesse la cittadinanza francese.

Ma questo non basta, perché solo chi si sente integrato può volere il bene di una nazione e proprio in virtù di quell’integrazione non può voler far male a chi gli vive accanto in cordialità.  Ma se è l’odio a popolare la nostra società allora avremo una società che ci risponde con l’odio.

Vanno prese senz’altro delle iniziative perché è ingenuo -oltre che da fricchettoni- sostenere che il pericolo attentati non esiste. Ma sappiamo pure -meno ingenuamente- che ci sono modi alternativi alla guerra per sottrarre forze al califfato dell’Isis, come non fornirgli più le armi  o non comprare petrolio dai territori che controllano.

Se c’è una guerra da combattere è di tipo culturale e strategico. Qualsiasi iniziativa bellica sarà un fallimento. Potrà anche portare benefici a  breve termine, ma di sicuro  -su una scala temporale che va da domani a 10 anni- sarà un fallimento assicurato.

Oblivion

Praticare politica- gli studiosi ne sono ormai sicuri- potrebbe causare effetti collaterali che incidono pesantemente sulla corteccia cerebrale.

In particolare, la sindrome che spesso accomuna ministri, governatori e presidenti (da ora in poi ‘pazienti’) è quella dell’amnesia parziale o totale. Apparentemente i pazienti reagiscono a tutti gli stimoli in modo ineccepibile: preparano leggi, dibattono sui problemi sociali con compagni di partito, con gli avversari e con i giornalisti. Allestiscono campagne elettorali, amministrano città, regioni, o l’Intero Paese.

A nessuno verrebbe mai in mente il sospetto che queste persone possano essere affette da qualche tipo di patologia. Eppure questa è la triste realtà.

La loro bravura sta nel mascherarla bene, d’altronde le responsabilità che hanno nei confronti di chi li ha votati sono tante, e non potrebbero perciò permettersi di mostrare il tallone di Achille. Ma ormai la scienza è riuscita a far luce su di loro e sulla sindrome che spesso li accomuna.

I casi studio sono stati tanti d’altronde. Tra questi ad esempio ci sono il caso dell’ex ministro Claudio Scajola che dimenticò di essersi fatto comprare due terzi della sua casa da due costruttori che avevano beneficiato di due contratti senza gara dal suo ministero. Disse. “Io non ne son niente”.

E c’è anche il caso di Alemanno, che sullo scandalo di Mafia Capitale in cui è coinvolto dichiarò: “Ma io che c’entro? Io non conosco nessuno!”. Non era esattamente una bugia. Si era semplicemente dimenticato. Come anche Scajola. E’ una patologia. Mica gliene puoi fare una colpa? Come non si può incolpare Renzi che ha spodestato Marino da Roma per la questione degli scontrini, quando per primo lui era stato indagato per danno erariale dalla Provincia di Firenze. Lui tra pranzi e cene aveva speso dieci volte quello che ha speso Marino. Ma gliene vuoi fare una colpa? Anche Renzi se ne è dimenticato.

Adesso un caso freschissimo è al vaglio degli scienziati in Campania. Pare che Vincenzo De Luca, Governatore della Regione, sia coinvolto in uno scandalo. In sintesi tale Guglielmo Manna avrebbe chiesto al collaboratore di De Luca un posto di lavoro nella Sanità campana. In cambio avrebbe fatto sì che la moglie, la giudice Anna Scognamiglio provvedesse ad accettare il ricorso di De Luca contro la Legge Severino, legge che gli avrebbe impedito di Governare.

De Luca si dice estraneo alla vicenda. Ed è pure bello arrabbiato.

Si sta cercando di capire ora se dice la verità oppure se anche lui è stato colpito dall’amnesia del politico. In ogni caso non può avere colpa.

La colpa in genere è la nostra. Di noi che siamo i veri malati. Di noi che abbiamo una memoria lunga come un sorso d’acqua e che dimentichiamo tutto troppo in fretta.

Vaffanculo

Vaffanculo:

  1. (volgare) insulto duro, come dire “vattene”, esortazione a smettere e andarsene; andrebbe rivolto a una singola persona (ad esempio: ma vaffanculo, va!), ma  c’è chi lo usa anche al plurale (vaffanculo tutti quanti!)
  2. Altri esempi
  • Mi sono preso un vaffanculo
  • Ha seminato vaffanculi (o vaffanculo) uscendo dalla stanza

Diciamolo chiaramente: vaffanculo è una parola bellissima. E’ un’espressione liberatoria e carica di sfaccettature emozionali. Puoi dirlo scherzando o a muso duro, puoi dirlo quando vinci come segno di liberazione, oppure quando perdi per sfogare la rabbia. In ogni caso vaffanculo è una parola da cui non si può prescindere.

Certamente, essendo una parolaccia è bene usarla con moderazione e fuori da certi contesti. Ad esempio al bar con gli amici si può anche maneggiarla con disinvoltura. In chiesa ovviamente no. I preti, ad esempio non usano dire ‘vaffanculo’.

O meglio, non tutti i preti. E’ successo infatti che dopo le rivelazioni sui soldi del Bambin Gesù, usati dal cardinal Bertone per ristrutturare il suo attico, tale Don Dino Pirriparroco della diocesi di San Benedetto del Tronto, non sia riuscito a trattenersi ed abbia twittato:

Ecco, questo è quello che ha scritto. E -peccato o meno- di fronte a Vaffanculo del genere la parolaccia in questione diventa vocabolo insostituibile, perché esprime tutto. Punto e basta. Non si può sostituire.

Da sostituire invece è l’ipocrisia dei predicatori di povertà e Papa Francesco -che ieri ha detto: “Chi crede non può parlare di povertà e vivere come faraone”- sembra averlo capito bene. E qualora ce ne fosse bisogno sono certo che sarebbe pronto ad assolvere Don Pirri per la sua cinguettata fuori dai ranghi.

//platform.twitter.com/widgets.js

Il serpente sulla croce

“Chi non vive per servire, non serve per vivere”- ha detto Francesco nella messa di ieri a suffragio dei cardinali e dei vescovi defunti durante l’anno, facendo chiaro riferimento all’imbarazzante vicenda di Vatileaks 2. Una vicenda sintetizzata dal Pontefice con l’immagine del “serpente sulla croce”. L’animale più infimo per antonomasia che- oltre alla lingua- in questo caso ha la testa biforcuta, quella di Monsignor Balda e di Francesca Immacolata Chaouqui.  Sono loro che hanno tradito. Sono loro che hanno violato il segreto di stato e che quindi meritano di scontare una pena , così come prevede la legge.

Sarebbe interessante capire però cosa significhi -all’interno del Clero- la parola “servire”.

Perché se uno si mette a guardare i fatti può pure pensare che “servire” sia un termine auto-riferito. Ad esempio (come anticipa il giornalista Emiliano Fittipaldi, nel suo prossimo libro “Avarizia”) i soldi destinati ai giovani dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù “servivano per ristrutturare il superattico del cardinale Tarcisio Bertone. Oppure un elicottero pagato 23 mila e 800 euro (sempre con i soldi del Bambino Gesù”)  è “servito” nel 2012 a trasportare Bertone dal vaticano alla Basilica “per alcune attività di marketing dell’Ospedale”.

Quando sono i politici a fare intrallazzi uno si lamenta, sbraita e protesta, ma quando chi professa il nome di Gesù sulla Terra si “serve” della sua grandezza espandere quella del proprio patrimonio, le proteste non bastano più. Si sale allo stadio dello sdegno. Si rimane disarmati.

Una chiesa così “serve”?