Gli applausi dei coglioni

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Il discorso del Re Giorgio non poteva essere migliore del giuramento di oggi pomeriggio.

È stata una strigliata ai partiti, alla logica politica di questi ultimi venti anni. Un richiamo al pragmatismo e all’unione rivolto a chi ha “imperdonabilmente” dimenticato che il Paese aveva bisogno di riforme. Di questo evento storico hanno colpito gli applausi scroscianti del parlamento, come se chi batteva le mani non si rendesse conto che quelle stesse accuse mosse dal Capo dello Stato erano indirizzate proprio a loro. “Quest’ultimo richiamo”, ha detto Napolitano. “e questi applausi che sento non inducano ad alcuna auto indulgenza”.

Colpisce anche il non applauso dei parlamentari a cinque stelle, che non hanno sottolineato nessun passaggio del discorso. Impressiona perché sono loro i primi a dire che con i partiti non hanno niente a che fare, eppure quelle parole tanto nobili pronunciate dal Presidente li hanno lasciati – almeno apparentemente- indifferenti.

È un Paese strano questo in cui se cercano di incoraggiare i princìpi per cui vivi fai il muso lungo e incroci le braccia; se ti dicono coglione fioccano gli applausi.

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Il riposo del guerriero

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Due volte presidente. È la prima volta nella storia. Ma sorge una domanda forse banale: può un uomo di 88 anni guidare ancora una nazione?  Per quanto elevata possa essere la saggezza di Re Giorgio, è evidente che la sua veneranda età debba fare i conti con adempimenti istituzionali che poco si conformano a chi ha le spalle cariche del peso di una vita intera.

Saggezza e peso politico -siam d’accordo- sono requisiti indispensabili per fare il Capo dello Stato, ma non è pensabile un altro settennato per Napolitano.

Non che debba andare a fare il nonno (come consigliano gli sprezzanti e giovani spacconi grillini) ma -una volta formato il governo- si goda per davvero il meritato riposo.