Non votate Barabba

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Si chiude la campagna elettorale. Finalmente.

In questi giorni ne abbiamo viste di tutti i colori. Sette coalizioni (confrontale qui), ma solo quattro premier dichiarati. Hanno fatto outing solo Bersani, Monti, Ingroia e Meloni. Gli altri tre leader non si sa cosa faranno. Berlusconi dice che farà il ministro dell’economia (macchiccecrede), Grillo –nel caso in cui si vinca- afferma che non vorrà nessun posto di potere (e gli asini volano) e Giannino , che dovrà sì Fare, ma solo per fermare il ‘suo’ declino, non sembra così credibile per guidare un Paese.

In questo periodo è risorto un decrepito Silvio Berlusconi che come al solito ha sfruttato le sue doti e le sue risorse mediatiche. Si sono visti vecchietti davanti agli uffici postali per richiedere il rimborso dell’IMU. Si è assistito all’imbroglio di Giannino sulle sue referenze. C’è stato anche Bersani con la sua Italia Giusta e con gli amici indagati per le vicende del Monte dei Paschi di Siena. Per chi pensava che fosse un automa s’è visto persino un umano Mario Monti con un cane sulle braccia. S’è visto anche Ingroia, s’è visto? Di certo non s’è sentito (sveglia! Sei candidato Premier!). S’è sentito invece Grillo con le sue piazze pienissime. Del resto un vaffanculo tira più di un pacato ed usurato “mi consenta”. Abbiamo visto anche una ragazza dell’Enel Green Power incassare le avances di Berlusconi  per poi smentire di esserne stata lusingata. Si è assistito poi ai due esponenti di “Fratelli d’Italia” che si divertivano a  fare il verso alle coppie gay invitando a “non votare con il culo”. Deretano a parte, viene quasi voglia di non votare. Ma forse si lascerebbe scegliere al resto del popolo, e “il popolo si sa, sceglie sempre Barabba”.

Ma quant’è bello l’Inno?

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Da oggi siamo più italiani. Nel senso che il parlamento ha approvato la norma che determina l’insegnamento dell’Inno di Mameli tra i banchi e istituisce il 17 marzo come la giornata nazionale dell’Unità d’Italia, della Costituzione, dell’inno nazionale e della bandiera. Molti di noi avranno pensato che non serviva impegnare energie per un provvedimento del genere. Insomma, ci sono questioni decisamente più urgenti e più serie in questo momento.

Eppure

 un senso lo si trova. Sta tutto nei simboli. Sono importanti i simboli. Lo sono perché creano unità, e fanno ricordare chi siamo, una cosa fondamentale per un periodo di smarrimento totale come questo.

L’esempio più eclatante sono gli Stati Uniti.

La nazione più potente  (Cina a parte),  di simboli ne è impregnata fino all’osso. Si prenda ad esempio il voto di novembre. Perché non lo si fa nel fine settimana? Certamente andrebbero a votare più elettori, liberi,come sarebbero, dal lavoro. Invece no, si svolge –cascasse il mondo- il martedì dopo il primo lunedì di novembre, e fu scelto perché  la domenica era il giorno di riposo proclamato dalla Bibbia, quindi i contadini dovevano riposarsi e non dovevano affrontare lunghi viaggi per andare a votare,perciò nemmeno il lunedì era possibile fissare un voto. Il mercoledì erano impegnati nel mercato e quindi fu stabilito il martedì. Dal 1845 la tradizione persiste.

Ma

a parte il voto, ci sono altre cose, come la bandiera, il mito della grandezza, il sogno americano ed altre cose più estreme come la guerra e il “pledge of allegiance”, quel giuramento (facoltataivo) con cui gli studenti al mattino, con la mano sul petto e lo sguardo alla bandiera recitano: “Giuro di essere fedele alla bandiera degli Stati Uniti d’America, e alla Repubblica che essa rappresenta, una nazione sotto Dio indivisibile, con libertà e giustizia per tutti”.

Non è auspicabile

arrivare a questo genere di fanatismi, ma un sano patriottismo è quello che ci vuole per risollevare un’Italia così dispersa e spaccata, conosciuta per il cibo buono, i monumenti e la mafia. Sarebbe il caso di puntare forse sulle persone, su di noi, su chi nasce qui e su chi va via, su chi viene e lavora con noi o per noi. È l’ora di cantare, insieme, “Fratelli d’Italia!”.