Quando bisogna fare gli uomini

 

Siamo abituati sin da piccoli a fumare di nascosto, a sbirciare dal buco della serratura, a fare filone a scuola.

E’ un’attitudine -quella della trasgressione- che ci portiamo avanti per tutta la vita. Chi non trasgredisce alla fine è un po’ represso e finisce per fare danni a sé stesso e agli altri. E’ ovvio allora che a trasgredire -in diversa misura- trasgrediamo tutti.

La trasgressione si sa, è causa di danno: se tradisco la mia compagna lei sarà ferita, viceversa lo sarei io. Ciononostante  la trasgressione non la puoi fermare (a meno che la vita che hai ti appaghi in tutto e per tutto). E se fumare una sigaretta a dodici anni è tutto sommato una cosa innocua, diverso è se ti ritrovi ad essere il regista di un sistema prostitutivo chiamato “Bunga Bunga” mentre fai il Presidente del Consiglio. Così è stato per Silvio Berlusconi.

Lui dopo essere stato condannato a sette anni dalla quarta sezione penale di Milano per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile si dice ” ferito come uomo e come politico”.

Ora, che Berlsuconi fosse infelice questo l’abbiamo capito. Per questo -da uomo- lo si deve comprendere, persino giustificare.

Come politico, forse non è mai valso più di una cippa.

Forse adesso è tardi per recuperare, ma per una volta il Cavaliere, smetta di fare il politico e faccia l’uomo. Nessuno gli verrà a fare la morale.

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Il riposo del guerriero

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Due volte presidente. È la prima volta nella storia. Ma sorge una domanda forse banale: può un uomo di 88 anni guidare ancora una nazione?  Per quanto elevata possa essere la saggezza di Re Giorgio, è evidente che la sua veneranda età debba fare i conti con adempimenti istituzionali che poco si conformano a chi ha le spalle cariche del peso di una vita intera.

Saggezza e peso politico -siam d’accordo- sono requisiti indispensabili per fare il Capo dello Stato, ma non è pensabile un altro settennato per Napolitano.

Non che debba andare a fare il nonno (come consigliano gli sprezzanti e giovani spacconi grillini) ma -una volta formato il governo- si goda per davvero il meritato riposo. 

Mario vatti a scaldare

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Che sia stato un governo impopolare, lo sa anche chi di quel governo ne è stato il capo. Mario Monti è consapevole di aver perso molta della fiducia che gli italiani sembravano dargli all’inizio del suo mandato. Per questo motivo ancora non dice se si candiderà o meno per le elezioni di febbraio.

La sua tattica è quella di sfruttare l’immagine che l’ha caratterizzato da sempre, quella figura  di salvatore della patria che firma decreti legge eroici come -per l’appunto- il “Salva Italia”. La strategia è quella di far sì che siano i partiti a chiamarlo in campo, anche perché il Presidente Giorgio Napolitano gli ha chiesto –per il momento- di rimanere in panchina.

I metodi montiani potrebbero non essere democraticamente corretti, ma forse in questo caso il fine giustifica i mezzi. Il fine dev’essere lo stesso per il quale l’economista fu chiamato a governare: tenere basso lo spread e assicurare stabilità e credibilità in Europa. Un progetto che non può essere completato in un anno, malgrado Monti stesso dica: “Mission complete”. Di compiuto non c’è quasi niente perché a parte la fantaeconomia, mancano soldi per i pensionati e per la sanità, manca il lavoro per i giovani e le tasse sono troppe e troppo alte.

Una situazione che nessun partito politico italiano potrà sostenere e contrastare. Il PD è troppo eterogeneo, il PDL troppo personalistico e privo di contenuti extra-mediatici. Perciò, con tutti i mezzi ora bisogna continuare la “mission impossible” con la politica di Mario Monti, e mandare in panchina, ancora per un po’, la vecchia politica, auspicando invece, che presto qualcuno dal bordoncampo del Quirinale gridi a gran voce: “Mario riscaldati. Entri tu”.